Quelli che “vengo e ti spiego”

Sono i vengo e ti spiego. Non abbiamo ancora capito il catoblepismo di Fabrizio Barca, un vengospieghista come pochi e dobbiamo vedercela ora con il sinallagma. Attenzione, non è un cataplasma. E’ un concetto forgiato dalla Corte di Palermo. Potete trovarlo tra le motivazioni della condanna di Marcello Dell’Utri: “Rapporto sinallagmatico tra Berlusconi e Cosa Nostra”, così si legge. Ecco, appunto, anche la Giustizia viene e spiega, magari complicando la parola “contratto”, forse è un riguardo verso il senatore che è uso alla bibliofilia o un pavloviano retaggio d’Azzeccagarbugli, chissà, ma questa nostra non è un’epoca: è solo una stagione.
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Sono i vengo e ti spiego. Non abbiamo ancora capito il catoblepismo di Fabrizio Barca, un vengospieghista come pochi e dobbiamo vedercela ora con il sinallagma. Attenzione, non è un cataplasma. E’ un concetto forgiato dalla Corte di Palermo. Potete trovarlo tra le motivazioni della condanna di Marcello Dell’Utri: “Rapporto sinallagmatico tra Berlusconi e Cosa Nostra”, così si legge.
Ecco, appunto, anche la Giustizia viene e spiega, magari complicando la parola “contratto”, forse è un riguardo verso il senatore che è uso alla bibliofilia o un pavloviano retaggio d’Azzeccagarbugli, chissà, ma questa nostra non è un’epoca: è solo una stagione.
Un ciclo da programmazione pedagogica, tutto qua. Ed è quello dei festival per gli acculturati e bisogna pur sbrogliarsela con il “carotaggio eidetico”. E’ una rappresentazione mentale, questa, coltivata da Giorgio Vasta, uno molto ’ntiso – uno che parla piano e assai lentamente, dunque con molta importanza – e che l’ha espressa questa pensata innanzi al pubblico estasiato dei suoi lettori presi poi a colpi di “rinculo del passato” e “cromatura del presente”.
Ecco, ecco: se proprio posso provare ad andare e poi spiegarmeli – tutti questi, i vengo e ti spiego – non si può certo prescindere dalla loro solennità etica, dalle loro scuole – tutte giuste – e certamente anche della loro santità perché dote prima di ogni vengo e ti spiego è il carisma auto-proclamato in innesto di fruttuoso marketing come, che so, la Tav, su cui vagheggiare un’epopea palingenetica con corredo di cesoie (come ha fatto Erri de Luca), oppure il rinnovo del consiglio regionale della Sardegna dove Michela Murgia, vengospieghista coi fiocchi, si fa immacolatina savianella com’è di indignazione veritativa, vigilanza democratica e tutela del corpo delle donne, oplà, fatta santuzza subito per come piace alla gente che piace.
I vengo e ti spiego, saccenti senza fondamento, sono quelli della leadership liquida il cui bagno di folla è il vicinato e la cui eco è affidata a un videomaker che cuoce e mangia il film nel postatutto della rete e si capisce allora che uno come Pippo Civati, laurea in civiltà rinascimentale, addottorato in umanesimo e chissà quale altra specializzazione massmediologica, può – per faccia e ciuffo, giusto assai in carisma e santità – fare indifferentemente il segretario del Pd oppure il portavoce dei TQ (se solo ci fossero ancora i Trenta-Quarantenni della letteratura, tutti piccoli leader con piccoli popoli al seguito). E si capisce tutto il vengospieghismo del Pippo di cui sopra da un ben preciso lapsus. Disse: “Anche io, come Matteo Renzi, ho i miei bagni di folla”.
Ecco, i numeri, buoni per riempire le stanze disegnate da Le Corbusier non certo gli stadi dei coatti perché i vengo e ti spiego coniugano moda e voga. E trasmissioni. Perfino Jovanotti su Rai1 però viene battuto negli ascolti dalla Sabrina Ferilli in canovaccio di mafia ma tutti loro, i vengo e ti spiego, ci restano per aggiudicarsi la platea delle professoresse col cerchietto.
Sono dunque – i vengo e ti spiego – quelli che hanno una parola definitiva per tutti. Hanno la parlantina giudicante e siccome non c’è ambientuccio più insopportabile di quello letterario, i vengo e ti spiego che stanno bivaccando adesso a Mantova, al Festival degli acculturati, non se la cantano e se la suonano tra di loro, no, ma fanno didattica e pedagogia al fine della redenzione umana come se veramente intorno a loro ci fosse il santo casino creativo del mettersi in discussione. Mai e poi mai, infatti, c’è uno scatto di curiosità, di sforzo critico o di fatica intellettuale per cui tutto il canovaccio è regime, sfilata e riconferma della solita comitiva per cui a Roberto Saviano – che è il Paolo Becchi del ceto medio riflessivo, il Rodotà-tà-tà dei wine bar, il Gianroberto Casaleggio dei nerd – segue a ruota la processione del pensiero unico che qui, in Italia, viene, spiega e condanna perché mai come oggi il confine tra il bene e il male è stato così chiaro (metti che Bruno Vespa butti ancora l’occhio sul décolleté di Silvia Avallone, come al Campiello, anni fa, quando la Murgia, un vero mito, partì all’assalto del maschio vendicando la millenaria attesa del riscatto femminile).
Estote parati non sia mai si perda l’occasione buona perché i vengo e ti spiego stanno sempre sul chi va là, accendono le polveri a ogni insurrezione, non si perdono l’inaugurazione di ogni toponomastica per Carlo Giuliani “ragazzo” ma sono cosa ben diversa dai cattivi maestri perché nuovi, nuovissimi, loro sono incapaci di reggere Karl Marx. Grazie al cielo, infatti, non hanno tritolo, piuttosto “declinano” Jean-Paul Fitoussi e sono un poco più avanti rispetto alla categoria della sinistra altolocata messa in pagina da Luca Ricolfi perché non sono semplicemente “antipatici”, non sono neppure “promesse”, ma proprio stronzi.
Sempre in innesto di marketing, vengono e spiegano. La fabbrica dei santi è sempre all’opera e l’Italia, in special modo, sempre orba di grandezza, abbonda di retorica per cui, alla domanda sui senatori a vita – perché Abbado sì e Muti no? – non si risponde, si cerca un eventuale “carotaggio eidetico” ed è botola facile dove cadere quella dell’incarnare i valori della Costituzione. Se c’è scassamento di mentula più inaudito oggi, specie in ambito di fuffa acculturata, è proprio quello della “Costituzione più bella del mondo”, requisito richiesto per l’ingresso al club dei vengo e ti spiego, fortezza del moralismo, pappa della poèsia civile, ancora una volta tic dell’eterno Dopoguerra perché la strada di questo profetismo automatico si lastrica di bene e male e sebbene non ci sia più don Gallo, il cui mezzo sigaro incensava la Carta più che il Cartiglio delle preghiere, lui adesso sta nei Cieli ma volete che non sbuchi un predicatore nuovo, un nuovo santo che sappia raccogliere il testimone della parodia di fede e carità in innesto di marketing e voga? Non dite per favore Vito Mancuso che è troppo facile ma nelle ospitate delle trasmissioni – da “Che tempo che fa” alle “Invasioni barbariche” – il Priore di Bose è già bello che pronto: dirà la sua sulle elezioni in Sardegna, quando sarà. E sui No Tav. Dirà, anzi, verrà e spiegherà perché il capitolo del prete in uso alla sovversione è un must, specie adesso che la fabbrica dei santi stampa solo immaginette, giammai carne e volontà. Solo giudizi. Da giudicanti.
I giudicanti stanno negli alloggi rilevanti che sono ovviamente quelli dell’editoria, della cultura, della comunicazione e della politica. I soliti e i venerabili hanno trovato spazio, non proprio recentemente, nel libro di Edmondo Berselli e in un libro di Giorgio Dell’Arti (“Catalogo dei viventi”). Ciò che contraddistingue i personaggi che sono confluiti in questi cataloghi è il fatto di essere mediaticamente rilevanti. Qui c’è il cortocircuito moderno per cui non si capisce più se sono mediaticamente rilevanti per quello che dicono o quello che dicono diventa rilevante per via della loro sovraesposizione mediatica. Il potere, quello vero, tanto più vero quanto più è celato e “dietro le quinte” rispetto ai media, ha costruito un filtro fatto di spin doctor, di think tank, di institute of politics per omogeneizzare l’opinione pubblica in modo da rendere più agevole il compito dei propri “referenti”.
Sui temi dell’economia, dell’ambiente, della cultura alcune parole chiave vanno accreditate presso l’opinione pubblica per impedire a ciascuno di maturare una riflessione autonoma e indipendente. In economia siamo tutti liberali ed equi. Nell’ambiente siamo tutti per la sostenibilità solidale. Nella salute siamo tutti per la prevenzione. Nell’alimentare evitiamo gli sprechi. Per ognuna di queste parole chiave che costituisce parte del nuovo paradigma di base dell’omogeneizzato sociale vanno fabbricati novelli Savonarola, tutti fatti santuzzi.
Oggi i nuovi protagonisti della comunicazione non hanno l’obiettivo di instaurare un dialogo con qualcuno. Si rivolgono all’opinione pubblica ma non intendono dialogare con lei. In questo senso per me sono giudicanti perché non c’è la ricerca di un confronto ma di distribuire il pacchetto di argomentazioni che deve distrarre senza edificare. L’impossibilità di dialogare con le élite dei cosiddetti “vip”, di coloro che hanno un ruolo e una presenza nei media, frustra coloro che ne sono fuori e che sono utilizzati solo per fare massa critica nei vari social network. Con le derive che sappiamo.
Il risultato di questa frustrazione genera nuovi giudicanti a tutti i livelli. “Anche nelle attività tecniche e commerciali”, dice Michele Fronterrè, scrittore e ingegnere, dunque uno che va e prova a spiegare a se stesso, “quelle dell’attività lavorativa di ogni giorno con cui ci si confronta, la stragrande maggioranza del tempo si perde dietro alla formalità degli incontri, dell’organizzazione, dei processi di qualità, della burocrazia che impiega ma non impegna. Che distrae senza edificare una professionalità. Il lavoro si è spostato dalla concretezza della realizzazione alla più futile ed eterea produzione di documenti che vanno condivisi lungo catene organizzative infinite”.
L’attività lavorativa va dilatandosi nel tempo e nello spazio. Tutto si può fare dovunque e in ogni momento, creando una confusione tra vita privata e lavoro. Chi ha un briciolo di sensibilità sa di essere inutile. E’ consapevole di non incidere in nulla e a suo modo cerca la sua rivalsa. A suo modo si mette a fare il “giudicante”. Ad esempio imponendosi con i suoi sottoposti, imponendosi nelle riunioni di condominio, imponendosi infine nell’autoanalisi spacciando se stesso per devoto di cotanta fabbrica di santi.
Oggi, alla Fenice, verrà scelto il vincitore del Premio Campiello e facciamo qui il tifo per Giovanni Cocco perché è un vengo e ti spiego – altro che, lo è – ma è fuori dalla parrocchietta e dunque simpaticissimo quando per dare un giusto riconoscimento alla propria opera, “La Caduta”, reclama un lettore forte, ma così forte, che abbia come minimo cominciato a leggere a cinque anni, che abbia almeno quaranta anni, che abbia dunque letto almeno diecimila volumi e quindi finalmente capace di affrontare l’opera totale di cui “La Caduta” (edizioni Nutrimenti) è solo il primo capitolo. E poiché il dettaglio rivela – altro che, rivela – l’uso del “totale” svela un destino tutto italiano e tutto minuto in contrappasso perché a furia di pasolinismi ci siamo persi l’unico vero antidoto all’irreggimentarsi obbligatorio.
Non abbiamo gli strumenti per capire Carlo Freccero e ci siamo persi, infatti, anche Alberto Arbasino o, quanto meno, quella possibilità di allungare il passo oltre Chiasso e magari respirare il mondo, leggere altri libri o riprendere quelli dimenticati perché, suvvia, diciamolo, magari sottovoce, ma diciamolo: se manco sappiamo di avere avuto Dino Campana o le “Revolverate” di Gian Piero Lucini dove e con chi possiamo più pensare di fare la letteratura, la poesia, l’arte e la totalità, dando indicazioni all’umanità, come un qualunque fake, come quello pseudo Casaleggio che su Twitter, onnisciente, scrive: “Parità. Se quote rosa, anche quote mimetiche”, ecco, così?
Ecco, così. C’è il puro genio nella parodia, specie quando si specchia nella realtà. Non conosciamo più la grandezza, non abitiamo la bellezza e tutti riteniamo di assolvere al compito derivato dalla parola e dalla fatica delle meningi assaporando un aperitivo in compagnia degli operatori culturali, soggiornano nella volatilità del successo presso le località degli eventuali eventi e se proprio il pensiero è così debole, debole al punto che tutti hanno già le risposte giuste, tra auto proclamazione e marketing, non restiamo sempre in zona supercazzola, col benaltrismo dell’antropologia, con il problema a monte, con il grumo ontologico, i dati e i fatti e tutti i clic di un automatismo afasico di catoblepismo, sinallagma e carotaggio eidetico. Negli anni Settanta sarebbe stato il trionfo de “la misura in cui”. Ma che Settanta quei Settanta. Tutto un codice di linguaggi e dunque i fumetti, la grafica, i segni e i reticoli del pensiero. Perfino in Italia. Costeggiando Chiasso.
Ecco, è così. Siamo costretti alla nostalgia degli anni Settanta, terribili eppure vivi e immuni di moralismo. L’etica è il vero specchio dei vengo e ti spiego. E loro sono l’esercito invincibile che nei prossimi giorni di autunno prenderà possesso di quel che resta dell’immaginario per stordirci ancora di solennità, importanza e carisma poveraccista.
Massimo Bray, il ministro dei Beni culturali, dunque il titolare per conto dello stato del nostro patrimonio di bellezza e di fatica dello spirito, è andato al Teatro Valle Occupato e ne ha dato notizia via Twitter. Vogliamo un gran bene a Bray che è tra i migliori ministri di questo governo, lo sosteniamo nella sua meritoria opera a Pompei e, soprattutto a Caserta, ma è un lapsus questo di andare dagli okkupatori, di cedimento allo Zeitgeist del vengo e ti spiego. Con lo sfollagente doveva andarci e non col compiacimento verso questa triste buffonata – un gioiello della memoria italiana nelle mani di quattro scansafatiche – che nulla ha a che fare con la creatività piuttosto con la poèsia pulciosa di personaggi adatti a far da modello al gigantesco Corrado Guzzanti, tali e quali – come da lectio magistralis di Malcom Pagani, inviato del Fatto a Venezia – quell’Emma Dante, l’altra intorcinata nei cioè del metodo che è metodo del nuovo metodo oltre il metodo. “Osservala”, mi dice Pagani, sollecitato a integrare la sua lectio, “non è la sosia di Lucia Annunziata?”. Vero, è una Lucia “senza cioè e senza fuffa”.
Ho chiesto aiuto a Ottavio Cappellani, uno che va e racconta e mi ha regalato il souvenir della sua estate in forma di apologo impudico. Era a Cap d’Agde, in villaggio nudista, a sud della Francia, patria degli scambisti. E’ un posto dove dopo le cinque e mezzo del pomeriggio i bambini vanno via e succede il “chi sopra e chi sotto”. Il punto di demarcazione lì è un piccolo bar, Ottavio se ne stava seduto a prendere un caffè giusto a dieci metri da una bella ragazza – “o una ninfomane, o una vera professionista”, racconta – che s’intratteneva in un’orgia con tre o quattro uomini. Ecco, finiscono, la ragazza raggiunge il bar e le si avvicina un tizio, un tipo dall’aria compresa che nell’offrirle l’aperitivo comincia a farle un sofferto discorso edificante sul tema “volevo dirti, perché ti butti via”? Lei, bellissima – “o una ninfomane, o una vera professionista”, dice ancora Cappellani – ascolta con aria attenta, finisce il suo aperitivo e poi va via. Passano due ore e Cappellani, aggirandosi per la spiaggia vestita già di tramonto, incontra ancora la ragazza – “o una ninfomane, o una vera professionista”, precisa ancora – ancora una volta impegnata a darsi da fare con tanti uomini in attesa di bukkake. Non c’era anche quello, in fila? Quello del “volevo dirti, perché ti butti via”?